Armato di spada e pellicce, sembrava pronto a devastare imperi. Invece ha distrutto la grammatica italiana e le convenzioni del cinema epico. Chi era davvero questo guerriero in questa folle commedia degli anni ’80? Scopritelo qui sotto.
Nel 1982 usciva nelle sale italiane “Attila, flagello di Dio”, diretto da Castellano e Pipolo e interpretato da Diego Abatantuono in uno dei suoi ruoli più iconici. Una parodia storica che prende di mira il mito del condottiero unno e lo trasforma in una macchietta grottesca, impacciata, e profondamente italiana.
Il film è uno dei massimi esempi di quella commedia anni ’80 che prendeva un genere — in questo caso il peplum, i film in costume da sandalo e spada — e lo smontava pezzo per pezzo con ironia dissacrante. Invece di vedere un Attila minaccioso e assetato di sangue, ci troviamo davanti a un leader confuso, arrogante ma goffo, che parla come un milanese qualsiasi e sembra più preoccupato della sua immagine pubblica che delle conquiste militari.
Abatantuono, reduce dal successo del “terrunciello”, porta in scena un personaggio che sembra uscito da un centro sociale travestito per carnevale. La parlata sgrammaticata, i discorsi senza senso e i proclami altisonanti che si sbriciolano al primo ostacolo fanno di questo Attila una vera forza comica. Una delle frasi più famose del film, “Dove passo io non cresce più l’ebba”, è diventata proverbiale per quanto assurda e iconica.
Curiosamente, il film fu realizzato con un budget relativamente modesto e girato per lo più negli studi De Laurentiis a Roma, con scenografie volutamente esagerate e costumi tra il kitsch e il carnevalesco. Rita Rusic, che interpreta la compagna schiava di Attila, fu anche produttrice del film e simbolo, all’epoca, di un nuovo tipo di bellezza cinematografica italiana. Il suo personaggio, spesso muto ma sempre presente, è la controparte silenziosa della verbosità delirante di Abatantuono.
Un elemento interessante è che, nonostante il tono surreale e grottesco, il film riesce a veicolare una critica piuttosto attuale alla figura del capo autoritario, all’immagine pubblica sopra la sostanza, e alla confusione tra potere e popolarità. Un tema che, guardando l’odierna scena politica (italiana e non solo), suona meno comico e più profetico.
Il film ebbe un successo notevole al botteghino, anche grazie al passaparola e alla popolarità di Abatantuono. Ma non mancarono le critiche: alcuni accusarono la pellicola di essere troppo demenziale, troppo slegata, priva di una vera struttura narrativa. E forse è proprio questo il suo punto di forza. “Attila, flagello di Dio” non è un film, è una lunga, infinita gag che gioca con tutto: la storia, la cultura pop, i costumi, i luoghi comuni.
Nel mondo giapponese, il personaggio di Attila potrebbe tranquillamente essere paragonato a quei protagonisti che, pur avendo l’aspetto dell’eroe, si rivelano un disastro ambulante. Pensiamo a Saitama di “One Punch Man” (anche se lui è invincibile per davvero), o ai momenti più buffi di “Dr. Slump” e “Excel Saga”, dove l’autorità è sempre ribaltata in comicità. Anche il tratto con cui abbiamo reinterpretato Attila in stile anime richiama questi riferimenti: grandi muscoli, sguardo fiero, ma postura sbile…
C’è anche qualcosa di Ken il Guerriero in tutto questo. Se Ken rappresenta la purezza, la giustizia e la virilità tragica, Attila è l’opposto speculare: viziato, ridicolo, più attento ai peli della pelliccia che al destino del suo popolo. Una sorta di parodia involontaria del “maschio alfa” da manga anni ’80, trasformato in parodia locale con accento lombardo.
Rivederlo oggi è un’esperienza straniante e divertente. Fa ridere, certo. Ma fa anche riflettere su quanto il nostro cinema sapesse ridere di sé, e di quanto siamo affezionati a questi antieroi improbabili, goffi, ma profondamente umani.
“Attila, flagello di Dio” non ha lasciato un’eredità cinematografica lineare, ma è rimasto nei cuori degli spettatori come una scheggia impazzita della commedia italiana. Un film che poteva nascere solo in un’epoca in cui si osava, si improvvisava, e si rideva senza troppe regole.
E in fondo, a suo modo, è stato davvero un flagello. Della logica, della grammatica, della messa in scena. Ma anche un piccolo gioiello dissacrante che oggi, rivisitato in stile anime, assume una nuova luce. Grottesca, esagerata e assolutamente irresistibile.
to anime, tra una posa epica e un’espressione perplessa, lo vediamo finalmente per quello che è sempre stato: il guerriero più improbabile della Storia.

