Cosa guardano quei due oltre il muro?

Uno si arrampica sull’altro. Solo per sbirciare cosa c’è oltre un muro, con l’urgenza assurda e buffa di chi ha tutto il tempo del mondo. Ed è proprio da lì che nasce un capolavoro senza tempo.

Chi conosce a memoria ogni battuta non si stupisce: “Non ci resta che piangere” non è solo un film, è un monumento culturale fatto di citazioni, improvvisazioni e momenti di comicità surreale scolpiti nell’immaginario collettivo. E tra queste scene iconiche c’è quella — apparentemente semplice, ma geniale — in cui Saverio, interpretato da Roberto Benigni, si arrampica sulle spalle di Mario, Massimo Troisi, per sbirciare oltre un muro.

Siamo in pieno Quattrocento (quasi Milleccinque), o almeno così pare. I due protagonisti, catapultati indietro nel tempo per motivi mai chiariti del tutto, si muovono in un’Italia medievale ricostruita con toni parodici, fatta di superstizioni, monaci burberi e strade polverose. L’intero film gioca con l’assurdità della situazione: due uomini moderni — uno maestro elementare, l’altro bidello — che cercano di sopravvivere in un’epoca che non capiscono e da cui vogliono solo tornare indietro.

La scena del muro è uno dei massimi esempi di questa comicità sottile e irresistibile. Saverio vuole vedere una donna, “quella bella là dietro”, e convince l’amico a fargli da scala umana. Ma Troisi, con quella sua mimica perfetta, quella pazienza napoletana che sembra sempre a un passo dallo sbrocco, regge il gioco con lo sguardo di chi sa già che non finirà bene.

Eppure, in quei pochi secondi in cui l’uno è sulle spalle dell’altro, c’è tutto: l’amicizia, la disperazione, il ridicolo e anche una dolcissima ingenuità. È una scena che non fa ridere con battute urlate, ma con la situazione, i tempi, i silenzi. E con l’assurdità di due uomini che, anziché affrontare l’inspiegabile, si concentrano sulle priorità più umane: l’amore, o almeno una cotta.

Il film, diretto da entrambi gli attori, fu girato con un ampio margine di improvvisazione. Benigni e Troisi, pur con due stili molto diversi, trovarono un equilibrio quasi magico. Le loro differenze — il primo più esplosivo, il secondo più contenuto e malinconico — non si scontrano, ma si rincorrono. E in questa rincorsa trovano la forza del film.

Il successo fu clamoroso: il pubblico premiò la leggerezza del tono, la profondità nascosta sotto la comicità, e la straordinaria alchimia tra i due protagonisti. Ancora oggi, il film viene citato nelle scuole, nei meme, nei social, a conferma di una longevità che pochissime commedie italiane possono vantare.

Ma c’è anche un sapore vagamente orientale in tutto ciò. Non è raro che nei manga o negli anime slice-of-life si vedano momenti simili: due amici, seduti sul bordo di una strada o su un tetto, che si pongono grandi domande con la leggerezza di un gioco. Serie come “Barakamon” o “Silver Spoon” giocano proprio su questo: il mondo è assurdo, quindi tanto vale riderne insieme. L’illustrazione anime che ne è derivata omaggia proprio questa scena: i due protagonisti, uno in cima all’altro, lo sguardo curioso e lo sfondo rurale, sembrano usciti da un Ghibli ambientato in Toscana.

C’è qualcosa di eterno in quella ricerca oltre il muro. Una metafora, forse. Di cosa ci sia oltre l’oggi, o oltre l’apparenza. Ma forse è solo una donna, e va bene così. Perché “Non ci resta che piangere” non ha bisogno di spiegazioni. Basta guardarlo — o riguardarlo — per capire quanto ci manchino film capaci di essere profondi senza prendersi sul serio.

Ed è anche questo che rende quella scena così potente: è piccola, buffa, ma perfettamente umana. E in un mondo che corre, quel fermarsi un attimo per guardare oltre — anche stando sulle spalle di un amico — è più rivoluzionario di quanto sembri.