Un piano perfetto, un disastro assicurato

Una macchina della polizia, un commissario deciso e due agenti in panico. Tutto pronto per l’arresto perfetto… o quasi. In un attimo, la situazione degenera, e quello che doveva essere un blitz diventa uno sketch da antologia comica.

Certe scene funzionano come piccoli film dentro il film. E in “Fracchia la belva umana”, l’ingorgo grottesco nella macchina della polizia è una di quelle. Il commissario Auricchio, interpretato da un memorabile Lino Banfi, si ritrova incastrato insieme ai suoi due agenti proprio nel momento clou dell’azione. Doveva essere un arresto chirurgico, fulmineo, impeccabile. Si trasforma invece in un’improbabile coreografia di sportelli bloccati, cravatte tirate e ordini gridati nel vuoto.

La scena è costruita con una precisione millimetrica: Banfi, con il suo tipico accento pugliese e la comicità fisica travolgente, alterna autorità e isteria in modo irresistibile. Gli agenti lo seguono nel caos, incapaci di uscire dall’auto o anche solo di trovare il lato giusto per farlo. Sembra una barzelletta in tre atti, girata però con i tempi perfetti della commedia cinematografica.

Il film, uscito nel 1981 per la regia di Neri Parenti, parte da un’idea semplicissima ma brillante: Giandomenico Fracchia, impiegato goffo e remissivo, ha un sosia perfetto — un pericoloso criminale soprannominato “la belva umana”. L’equivoco è immediato, le conseguenze devastanti. Paolo Villaggio, in un doppio ruolo che alterna insicurezza e ferocia, è il cuore pulsante del film. Ma è proprio nelle scene collaterali, come questa con Banfi, che la pellicola raggiunge vette di comicità indimenticabili.

Banfi e Villaggio, due colonne della comicità italiana, non condividono molte scene, ma il loro contributo si sente in tutta la struttura del film. Se Villaggio rappresenta il disagio esistenziale e l’ansia dell’uomo medio, Banfi incarna l’esplosività del comando mal gestito, della burocrazia in tilt, del potere reso comico dal caos. La loro comicità è diversa, ma si integra perfettamente nella coralità di “Fracchia la belva umana”.

Tutta la pellicola è costruita su una tensione continua tra ordine e disordine. Le autorità — poliziotti, superiori, impiegati — sono sempre un passo indietro rispetto al caos. E la scena dell’auto incastrata lo dimostra in modo lampante. Nessuno riesce a fare ciò che dovrebbe, ogni gesto si trasforma in un inciampo, ogni tentativo in un fallimento. Ma è proprio lì che si genera la comicità.

Non è difficile trovare eco di tutto ciò anche nel mondo giapponese. In molti anime comici, come “Patlabor” o “Great Teacher Onizuka”, figure di autorità si ritrovano coinvolte in situazioni che ne ridicolizzano completamente la posizione. Il commissario che sbraita mentre è fisicamente bloccato, impotente, potrebbe tranquillamente essere un personaggio di un manga demenziale di inizio anni ’90.

L’illustrazione in stile anime che ritrae questa scena mette perfettamente in risalto l’elemento teatrale: tre uomini compressi in un abitacolo troppo piccolo, con sguardi esasperati e posture assurde, come marionette in una gag senza uscita. E sullo sfondo, il caos che li aspetta appena riusciranno a liberarsi — forse.

“Fracchia la belva umana” continua a vivere non solo grazie alla sua storia, ma per merito delle sue scene iconiche, dense di ritmo, linguaggio e situazioni che trascendono il tempo. E Lino Banfi, anche con una sola scena memorabile, lascia un segno indelebile nella memoria dello spettatore. Perché a volte basta un finestrino che non si apre, o un piede incastrato, per fare la storia della commedia.iguardare ogni volta che ci sentiamo troppo sicuri di avere tutto sotto controllo.