Un colosso d’acciaio, due mitragliatrici al posto delle braccia e un’aria da regolamento vivente. Non è un eroe, non è un villain: è l’addetto al rispetto delle regole… nel modo più spaventoso possibile.
Nel panorama dei film d’azione degli anni ’80, c’è un titolo che ha ridefinito il concetto di giustizia urbana. Ambientato in una metropoli sull’orlo del collasso sociale, questo film ci ha regalato un robot poliziotto dalle intenzioni chiare e dai metodi… diciamo, discutibili. Ma prima ancora del protagonista titolare, è stato un altro gigante metallico a far tremare il pubblico: una macchina bipede, massiccia, con le curve di un frigorifero e la grazia di un rinoceronte sotto steroidi. Parliamo del famigerato ED-209, il robot ‘antagonista’ che doveva garantire l’ordine ma finiva spesso per creare più caos che sicurezza. Iconico nel suo design, con le mitragliatrici integrate e una voce meccanica degna di una segreteria telefonica infernale, ED-209 è diventato nel tempo una vera e propria icona della fantascienza distopica.
Il fascino del suo fallimento – tanto tecnologico quanto burocratico – è ciò che lo ha reso immortale. Non riusciva a fare le scale, interpretava i comandi in modo letterale e rappresentava in pieno i limiti della tecnologia quando affidata ciecamente al potere. La scena della presentazione aziendale è ormai leggenda, studiata, parodiata e citata in mille contesti. La tensione, la tragicità e l’assurdità di quel momento sono scolpite nella memoria degli appassionati.
Ecco perché immaginarlo in stile anime, con le tinte brillanti di un Gundam ma lo stesso cipiglio minaccioso, è un piccolo gioco che funziona alla perfezione. L’idea di fondere il realismo aggressivo del cinema americano con la stilizzazione epica dei mecha giapponesi produce un risultato al tempo stesso comico e affascinante. C’è chi potrebbe vederlo come un cugino impazzito dello Zaku, o come un mobile suit creato da un governo troppo zelante. Non è un caso che lo stile Gundam sia stato preso come riferimento: le spalle imponenti, le armi integrate e l’aria da ‘macchina della giustizia’ sono tratti che uniscono entrambi i mondi.
Curiosamente, proprio in Giappone il film ha avuto un enorme successo. Non solo per la spettacolarità degli effetti speciali, ma anche per la tematica della disumanizzazione del lavoro e del controllo sociale – temi cari alla fantascienza nipponica. ED-209, pur nella sua brutalità, incarna un messaggio più sottile: la macchina senza anima che pretende di amministrare l’umanità, senza comprenderla. Un messaggio che, nella cultura giapponese, ha spesso trovato espressione in manga e anime dove i mecha sono metafore della fragilità umana mascherata da potenza tecnologica.
RoboCop resta un classico del cinema cyberpunk, ma ED-209 – ridisegnato come un possente Gundam con livrea bianca, rossa e blu – resta lì, in piedi nell’hangar della memoria collettiva. Una figura tanto imponente quanto grottesca, tanto minacciosa quanto tragicomica. E se un giorno dovessimo davvero temere la burocrazia armata, speriamo almeno che sappia salire le scale.

